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La testimonianza

Parlare è dura, ma non impossibile
Fatelo e sarete libere

Violenza sulle donne, silenzio

"Oggi anche io faccio il mio outing: sono una donna che per un certo numero di anni ha subito pesanti violenze di vario tipo (non sessuali). E non sono io quella che si deve vergognare. La verità è che la violenza umilia e annichilisce, ti fa sentire piccola, impotente, non meritevole di nulla. E debole, troppo debole per reagire. C’è la paura, la voglia di lasciarsi tutto alle spalle. Ma ho, abbiamo, avete una voce. E il diritto di venire ascoltate" DI FEDERICA ALIANO

La forza per scrivere questa testimonianza me l’hanno data i miei amici più stretti, che mi sono vicini da sempre, ma la spinta finale viene da amici e conoscenti omosessuali. Ho sempre ammirato il coraggio che dimostrano nel momento in cui fanno outing. Vivono un presente fatto di discriminazioni e di sguardi come minimo curiosi, ma non si vergognano di essere quel che sono, semplicemente perché non c’è nulla di cui vergognarsi.

Ecco, oggi anche io faccio il mio outing: sono una donna che per un certo numero di anni ha subito pesanti violenze di vario tipo (non sessuali). E non sono io quella che si deve vergognare. Sono qui per portarvi la mia testimonianza, quella di chi ha iniziato a parlare e da quel momento non può più stare zitta.

Il percorso inizia proprio da qui: dal silenzio che ci insegnano fin da bambine, una mentalità che viene perpetrata nel nostro paese attraverso le generazioni, quella dei “panni sporchi che si lavano in casa”. E al secondo posto c’è chi minimizza, che se la violenza subita non è di tipo sessuale, è come se non esistesse. Sareste sorpresi di sapere in quanti ospedali si sentono frasi come “Ci torni, a casa da suo marito che la picchia, in fondo è il padre dei suoi figli”. E allora, innanzitutto, impariamo a riconoscere la violenza. Anche quella psicologica, che non si vede.

La verità è che la violenza umilia e annichilisce, ti fa sentire piccola, impotente, non meritevole di nulla. E debole, troppo debole per reagire. C’è la paura, la voglia di lasciarsi tutto alle spalle. E una certa diffidenza diffusa verso le istituzioni e le forze dell’ordine. Ecco che allora, una volta che una donna raccoglie il coraggio di intraprendere delle azioni legali, spesso non ha referti medici. Ma se questa diffidenza non la avete, la prima cosa da fare non è andare alla polizia, bensì al pronto soccorso. Tutelatevi con un referto, la polizia la chiameranno là.

Uscire dal silenzio non è facile, ed è un percorso lungo. Una causa penale per violenza dura anni, con appelli dalla ricorrenza in media semestrale. E nel frattempo non avrete nessuna garanzia di protezione: chi vi ha fatto del male può farvene ancora. Oltre alla mia esperienza, ho avuto modo di ascoltarne altre, in luoghi di accoglienza e di aiuto per le donne. Ebbene, in molti casi mettete in conto di ritrovarvi anche senza i familiari e i parenti, che non condivideranno la vostra scelta, che vorranno spingervi a ritrattare. E tutti, anche persone che conoscete appena, si sentiranno in diritto di dire la loro. Non fermatevi. Spesso anche questi centri sono inadeguati, a volte per mancanza di fondi, altre perché il personale volontario non è abbastanza preparato, altre ancora perché vi diranno solo che tutti gli uomini sono uguali e violenti, gettandovi in un’altra spirale di paura e diffidenza. Ma altre volte sono l’unico modo di avere assistenza legale e psicologica, il che è una risorsa non da poco.

Una volta che ho deciso che era il caso di tutelarmi e mi sono rivolta a un avvocato, la penna per firmare i documenti pesava come un macigno. Ma dopo quella leggera ero io. Da quel momento partono mesi di indagini in cui dovete essere discrete. E in cui dovete capire che tutto, dalla vostra parola alla vostra stessa sanità mentale, viene messo in discussione. Come minimo vi viene chiesto di sottoporvi a una perizia psichiatrica, poi per tutta la durata dell’azione legale (ripeto: anni) dovete tener ben vivi nella testa ricordi che volentieri cancellereste per sempre. Convivere con gli incubi e una costante insicurezza. A volte persino con assurdi sensi di colpa. Fino al momento in cui la vostra voce viene ascoltata.

Qui sta il punto: voi avete una voce. E il diritto di venire ascoltate.

Se avete dei testimoni, chiamateli, se ci sono dei rami secchi, persone che mettono in dubbio se ciò che state facendo sia giusto, tagliateli. Anche se fa male. Non c’è altro, dovete “solo” convivere con una lunga, spesso pesantissima attesa. Anche il giorno dell’udienza, in cui potreste aspettare per ore in corridoio proprio accanto a chi vi ha usato violenza. Già: non è come nei film.

Mi dicono che ho un bel sorriso, ma se posso sfoggiarlo è perché oggi sono libera. E affronterei di nuovo tutto da capo.

Avete una voce, ragazze di tutte le età. Forza. Non tacete.

Federica Aliano

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