Un sistema sanitario pubblico ridotto
allo stremo
Un padre deve smontare il sedile della macchina per poter far sedere la propria bambina che deve essere reidratata con una flebo; alcuni medici sono costretti a soccorrere a terra una persona con problemi cardiaci. Tutto questo avviene nel pronto soccorso di uno dei più grandi nosocomi di Roma. Che sta succedendo? E’ in corso un’epidemia? In realtà l’emergenza c’è, ma non è medica. È l’emergenza del sistema sanitario pubblico ridotto allo stremo da anni di restrizioni, tagli, mancate riforme, commistioni di interessi e di potere. Il risultato di anni di gestione commissariale, riduzione di posti letto, chiusure di ospedali, blocco degli investimenti e delle assunzioni è sotto gli occhi di tutti.
Questa politica di restrizioni indiscriminate riduce i servizi a disposizione dei cittadini, non riduce gli sprechi e non fa diminuire la spesa. Se si andrà avanti così, fra breve non avremo più in Italia un servizio sanitario universalistico e pubblico. Già ora i cittadini sono costretti sempre più spesso a pagare di tasca propria prestazioni, cure e servizi teoricamente garantiti dal servizio sanitario per il quale pagano le tasse. Già ora il sistema sanitario non è in grado, almeno in una grande parte del paese, di assistere malati cronici, anziani non autosufficienti, persone che hanno bisogno di cure prolungate. Che succederà se la recessione costringerà le famiglie a rinunciare al sostegno delle badanti? Già ora migliaia di operatori lavorano con contratti precari, senza prospettiva e senza sicurezza. Posti di lavoro stabili sono occupati, chissà perché, da lavoratori precari.
Eppure anni di cura da cavallo non hanno cambiato una virgola delle storture del sistema: troppo ricovero, nessuna presa in carico, troppe disuguaglianze territoriali e sociali nella disponibilità e nell’accesso ai servizi, troppo sudditanza ai grandi e piccoli interessi particolari e economici. L’idea di considerare il sistema sanitario solo come spesa pubblica sprecona e inefficiente da tagliare e ridurre indiscriminatamente ha fatto fallimento.
E ora di avere il coraggio di fare scelte diverse: trattare il sistema sanitario come un comparto produttivo che si deve ristrutturare per funzionare meglio e offrire prodotti migliori, più adeguati alle esigenze e più avanzati tecnologicamente. Ma questo significa, come per tutti i comparti, investire per cambiare. Spendere per poi ottimizzare, non semplicemente tagliare dove è più facile, e cioè riducendo diritti e retribuzioni dei lavoratori e servizi per gli utenti.
Per questo è ora intanto di superare i commissariamenti. Producono solo incapacità di governo, impossibilità di affrontare le riforme, opacità nelle scelte. Avremo dopo 15 anni di fallimenti il coraggio di cambiare?
*Vicepresidente Commissione Sanità Regione Lazio


