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L'editoriale

Giù le mani dalla città

Enrico Fontana

C'è chi non conosce crisi di liquidità e crolli di fatturato. Chi non vede le proprie aziende fallire e non guarda con angoscia al futuro. Perché ha merci facili da piazzare e contanti da spendere. Magari grazie alla disponibilità di un prestanome o alla complicità di qualche “colletto bianco”. Boss della ‘ndrangheta e della camorra, grandi evasori fiscali e faccendieri senza scrupoli, trafficanti di droga e riciclatori di professione: sono loro a inquinare l’economia romana, ad avvelenare la vita di interi quartieri, ad armare, più o meno direttamente, le bande che si contendono a colpi di pistola il controllo del territorio.
Bisogna seguire la pista dei soldi per comprendere quello che sta accadendo nella Capitale. In un solo anno, dal luglio 2010 al luglio 2011, sono stati sequestrati e confiscati beni di mafiosi per oltre 330 milioni di euro: un’impressionante iniezione di liquidità nel mercato immobiliare, che si è tradotta nell’acquisto di ville, palazzi, imprese, terreni, attività commerciali, anche prestigiose. Sono bastati i primi sei mesi del 2011, invece, perché l’Ufficio d’informazione finanziaria della Banca d’Italia raccogliesse notizie su 2473 operazioni sospette. E poi l’usura che dilaga, con oltre 28mila commercianti “strozzati” a Roma e nel Lazio per un giro d’affari di 3,3 miliardi di euro. Il racket che quasi nessuno denuncia ma si diffonde, da Ostia a Tor Bella Monaca fino al Centro. Lo spaccio di droga, cocaina soprattutto, che conquista piazze e marciapiedi, da Ponte di Nona a San Basilio. Basta scorrere i numeri e le vicende raccontate nella nostra inchiesta di copertina per comprendere la gravità della situazione.
In questa economia avvelenata esiste un modo brutale e diretto di regolare i conti: quello degli agguati, in pieno giorno, davanti a decine di testimoni, caschi in testa e pistole in pugno. Saranno le indagini, ci auguriamo, a svelare quanto prima esecutori e mandanti. Così come dovranno essere la magistratura e le forze dell’ordine, sempre che siano messi in condizione di lavorare con efficacia, a dare un volto e un nome ai clan che si sono lanciati alla conquista della Città eterna. Ma non possiamo permetterci di attendere i risultati delle inchieste per aprire gli occhi, anche ai “negazionisti”, e fare ognuno la propria parte. Richiamando la politica ad assumersi le proprie responsabilità, come fanno Walter Veltroni e Filiberto Zaratti nelle interviste che ci hanno concesso (rispettivamente a pagina 12 e 16). Sollecitando associazioni e movimenti a reagire davanti a una città sempre più violenta, come suggerisce Marta Bonafoni nella sua rubrica a pagina 54. Recuperando, anche nella propria dimensione individuale, il senso di un’etica e di una morale che si stanno spegnendo nel silenzio, come denuncia don Roberto Sardelli (vedi la rubrica a pagina 70). Se la traccia da seguire per comprendere quanto sta accadendo a Roma è quella dei soldi, la pista da battere per costruire una reazione efficace è quella della cultura, dei valori condivisi, dell’impegno civile e della responsabilità.
Post scriptum
Avremmo voluto ospitare nella nostra inchiesta sulla “Capitale in nero” anche il punto di vista del delegato alla sicurezza della giunta Alemanno, Giorgio Ciardi, ma l’ufficio stampa del Campidoglio ci ha risposto che «con Paese Sera non si parla». Con le stesse parole ci è stata rifiutata l’intervista all’assessore alla Mobilità, Antonello Aurigemma, per la complessa vicenda delle nuove linee metro di Roma. Liberi di farlo, per carità, anche se la responsabilità di governo richiederebbe, a nostro avviso, un approccio più aperto all’informazione. Noi continueremo a offrire questa possibilità a chi ci amministra, come cittadini romani. Sperando che prima o poi l’ostracismo nei confronti di Paese Sera finisca.
direttore@paesesera.it

Enrico Fontana

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