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1986 – 2012: due nevicate a confronto

Neve e ghiaccio, ancora disagi a Roma 11 (Via Cassia)

Un evento memorabile, irripetibile e dunque da immortalare. Un panorama nuovo, immacolato, bianco ha reso Roma un’attrazione turistica di montagna.

Dieci e undici febbraio 1986, la città di Roma viene ricoperta da una nevicata eccezionale che in alcune zone ha sfiorato il mezzo metro. Sembra un film ma quello che i romani hanno vissuto ventisei anni fa somiglia molto a ciò che abbiamo provato in questi giorni.

Nel 1986 la neve arrivò di notte e i fiocchi continuarono a cadere per tutta la mattina seguente raggiungendo lo spessore record di 40 centimetri. Roma non era pronta a quell’emergenza e a farne le spese furono i romani, bloccati dalla neve che paralizzava i collegamenti, dagli alberi caduti a migliaia molti dei quali si schiantarono danneggiando le auto in sosta, rendendo ancor più problematica la circolazione. L’ondata di aria fredda che in quell’anno avvolse l’Italia rovesciò sui romani, atterriti e al contempo meravigliati, un folto manto di neve. Per i romani si è trattato di un evento memorabile, difficilmente ripetibile e quindi da immortalare con fotografie, lunghe passeggiate, e interminabili guerre di palle di neve tra ragazzi. Personalmente ho un ricordo molto vivo di quelle bianche giornate. Ricordo che le scuole erano chiuse, che al mattino appena sveglio il parquet sotto i miei piedi era stranamente gelato e avvicinandomi alla finestra il mio respiro faceva appannare velocemente i vetri della finestra. Ricordo la meraviglia nel guardare fuori casa, nello stentare a riconoscere quel panorama nuovo, immacolato, bianco. La neve aveva trasformato la mia città, Roma era improvvisamente diventata un’attrazione turistica di montagna; la gente che non riusciva ad andare a lavorare si attrezzava come poteva, coprendosi con cappotti e cappelli di lana col pompon, corti piumini colorati e sciarpe filate dalle nonne e si riversava per le strade del centro.

LA MAGIA DELLA NEVE - Per i bambini era una vera festa, le strade e le piazze si erano trasformate in un immenso parco giochi innevato dove poter correre, scivolare, improvvisare battaglie con lanci di palle di neve o, come novelli Michelangelo, cimentarsi nella scultura di pupazzi bianchi dalle proporzioni gigantesche. Per i genitori era un’occasione per imprimere nella pellicola le imprese dei propri pargoli e così si passeggiava per ore per la città. Si partiva quasi sempre dal Colosseo, si attraversavano i Fori imperiali, chiusi al traffico per l’occasione, dove i ragazzi si arrampicavano sugli alberi di alloro imbiancati e facevano il tirassegno con le statue bronzee di Giulio Cesare e Augusto. La meraviglia era stampata sulle facce di tutti che non finivano di ripetere che bello! e guarda! Altri partivano invece da Piazza Venezia, percorrevano via del Corso e si riversavano su Fontana di Trevi, che per un giorno non era più sporca dello smog delle macchine ma si mostrava in tutto il suo candore, per la gioia dei romani che almeno in quel giorno erano riusciti a riprendersi la loro città; i monumenti non erano più solo appannaggio esclusivo dei turisti giapponesi ed americani ma tornavano ad essere terreno di gioco, di svago del popolo romano. Qualche ragazzo scavalcava il recinto e si arrampicava fino alle vasche superiori della fontana per farsi fotografare dentro al monumento. Erano solo degli incivili? Forse, ma sta di fatto che a un evento eccezionale corrispondono regole eccezionali. La neve aveva il potere di cancellare le leggi per un giorno, di far dimenticare tutte le regole, come in una sorta di carnevale bianco. Ancora oggi se sfogliamo le pagine ingiallite degli album che abbiamo in casa sarà facile trovare almeno una foto con la neve a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo o al Pincio mentre posiamo assieme a parenti ed amici in tute coloratissime anni 80’, che oggi ci fanno sorridere ma ci ricordano come eravamo. Quella mattina i miei genitori mi portarono a Villa Borghese, che era veramente irriconoscibile, tanta era la neve che era caduta durante la notte; ricordo che ero attratto da quel manto bianco luminoso che tappezzava i prati e correvo come un pazzo in mezzo alla neve che mi ricopriva fino alla cinta. In tanti ebbero la stessa idea e noncuranti del freddo si rotolavano tra la neve ridendo e bagnandosi i jeans. Raggiungemmo la parte della Villa che ospita l’orologio ad acqua di padre Giovan Battista Embriaco, di solito funzionante e con le bacinelle d’acqua che si riempivano alternativamente, ci mettemmo tutti in posa per una foto, poi mi girai e vidi che gli ingranaggi erano bloccati dal ghiaccio, e il quadrante era fermo sulle 5 e la sua struttura era quasi completamente ricoperta dalla neve. C’erano tanti ragazzi che giocavano a rincorrersi attorno all’orologio, alcuni salivano sul ponticello di legno, altri tiravano palle di neve a chi gli capitava a tiro, altri ancora come me si divertivano a plasmare la neve tra le mani creando pupazzi; si doveva poi andare alla ricerca di bacche o sassi per gli occhi e i bottoni da incastrare sul faccione e sul ventre del piccolo snowman, e di rami e foglie per munirlo di braccia e capelli. Le mamme più premunite giravano con carote nelle borsette per i nasi dei pupazzi di neve. Era incredibile! Ad ogni angolo della villa c’era un pupazzo o qualcosa che gli somigliasse. Ricordo che la neve si prestava ai giochi e alle fantasie più disparate, si poteva raccogliere un pugno di neve e comprimerlo sulla corteccia scura dei lecci in più punti fino a disegnare occhi naso e bocca all’albero, o scrivere il proprio nome o le iniziali delle persone care. Le bambine si gettavano di schiena a braccia aperte sui prati delle aiuole e aprendo e chiudendo le braccia scavavano degli angeli in bassorilievo nella bianca coltre ghiacciata. Non esistevano cellulari, né smartphone o console di gioco portatili e nulla era tanto divertente quanto giocare con la neve. Anche di foto se ne facevano meno, bisognava pensare l’inquadratura, togliere il coperchio dal teleobiettivo, pulire il vetro che tendeva ad appannarsi per via del freddo e scattare una foto solo quando si era sicuri che tutti fossero in posa perché le foto non si potevano vedere subito e gli scatti non si sprecavano come ora. La neve però non era una festa per tutti; quello che è accaduto in questi giorni è niente in confronto a quello che accadde nell’86’. Il disagio maggiore era determinato dall’inadeguatezza e la totale mancanza di know how necessario per gestire un’emergenza neve. Non avevamo mezzi spargisale, non c’erano le gomme da neve, quasi nessuno aveva catene a bordo e i pochi negozi di autoricambi che esistevano ne possedevano in scorte limitate. Il risultato fu una paralisi dei trasporti urbani, una serie di incidenti tra le auto che sfidavano il ghiaccio della neve compattata senza catene, una sequenza di cadute che causò diverse fratture e malumori. Saltarono perfino le linee telefoniche e ai 23 cm caduti nella mattinata se ne aggiunsero altri 10 nelle nevicate ad intermittenza che proseguirono durante l’arco della giornata. Le poche auto che circolavano sbandavano facilmente (erano sprovviste di abs ed esp) e le ruote, slittando di continuo, impedivano di affrontare senza catene anche le salite meno impegnative. Roma era pavimentata quasi ovunque con i famosi sampietrini di selce, molto caratteristici ma con una superficie levigata che rendeva molto pericolosa la guida per via del poco attrito garantito.

LE TESTIMONIANZE - La signora Gisella, del rione Monti ricorda così quelle giornate: «Dovevo sposarmi a maggio e quel giorno dovevano consegnarmi i mobili, io e il mio futuro marito ci eravamo presi qualche giorno di ferie per sistemare tutto e invece il camion non ce la faceva ad uscire nemmeno dal magazzino...» Poiché nevicò per due giorni di seguito, il terzo giorno in alcuni punti si arrivava quasi a mezzo metro, e i romani dovettero impugnare vanghe e badili per spalare la neve da soli, davanti ai portoni di casa e alle saracinesche dei negozi. La quantità di neve che cadde in quei due giorni fu tale che rimase a terra per intere settimane. Alberto, 46 anni, di via Cassia, ricorda così quei giorni: «la neve mi arrivava fino sotto il ginocchio e mi ricordo che mi sono fatto due bicipiti come Hulk per spalarla tutta dal giardino almeno per tre volte!». Pietro di Trastevere ricorda quei giorni: «Roma è stata tutta una festa. E’ stato uno dei più bei momenti della mia vita. Una bella passeggiata tutto il giorno, per i luoghi più belli. Tornati stanchi a casa, poi, nella sera, d'improvviso son venuti degli amici e abbiamo messo a seccare le scarpe accanto al riscaldamento. Non avevo quasi niente da offrire ai nostri ospiti ma ho trovato dei peperoni e con questi ho fatto una pasta che ci ha riscaldato il corpo. Il cuore era già caldo e contento!». La nevicata del 2012, non è stata tanto diversa da quella dell’86 e anche questa la ricorderemo sicuramente per molti anni. E’ arrivata di venerdì in tarda mattinata, e ha colto di sorpresa quasi tutti. In molti l’hanno sottovalutata, pensando che i piccoli fiocchi non avrebbero attecchito a terra o che se lo avessero fatto, nel giro di un’ora si sarebbe sciolta, come è capitato più volte in passato. Ma quest’anno a dar manforte alla neve ci ha pensato un vento dal nome artico: il Buran, che dalla Siberia ha superato la catena degli Urali ed è giunto fino a noi facendo scendere rapidamente la temperatura sotto lo zero. Ed ecco che i fiocchi da piccoli e leggeri sono divenuti sempre più corposi e pesanti e hanno ricoperto minuto dopo minuto le nostre auto parcheggiate, le strade, le chiome degli alberi e tutto ciò che si trovava sotto il cielo di Roma venerdì 3. Il cielo era bianco, i fiocchi turbinavano spinti dal vento per le strade della capitale producendo questo doppio effetto che già avevamo sperimentato nel 1986: meraviglia per gli occhi e rabbia per la cattiva gestione dell’emergenza.

I NUOVI DISAGI - A partire dalle 14 molti uffici pubblici e privati hanno dato il via all’evacuazione generando un surplus di auto per le strade che già erano intasate dagli automobilisti che guidavano con estrema cautela. Sono pochi i romani che non hanno vissuto dei disagi in quella giornata; quasi ovunque gli autobus si sono fermati, le auto benché più moderne e attrezzate rispetto a quelle dell’86, arrancavano slittando paurosamente sull’asfalto e sbandando a tratti; la gente esasperata da file di ore cominciava a non rispettare più le regole della strada, passava con i semafori rossi, invadeva le corsie di autobus e taxi. In molti hanno dovuto abbandonare l’auto nei posti più assurdi (addirittura sul GRA) e tornare a casa a piedi, altri hanno sgonfiato le gomme e stoicamente hanno guidato per un tempo medio compreso tra le 3 e le 9 ore per raggiungere la propria abitazione. Il tempo dunque non sembra aver modificato di molto i disagi sofferti dai romani ma c’è chi vuole ricordare questa giornata anche per i suoi lati positivi, come Enrico, 64 anni di Prati che afferma: «Sembra di essere tornati indietro di 50 anni quando giravano pochissime automobili e si andava tutti a piedi, proprio come ho fatto stamattina per andare a lavoro ad un chilometro di distanza. Un altro tempo, un altro stile di vita, si salutavano tutti e, sicuramente, si viveva peggio dal punto di vista economico, ma, altrettanto sicuramente, si viveva meglio dal punto di vista delle relazioni sociali, dei rapporti umani.» Tralasciando le infinite polemiche, infatti, anche Lucio, 40 anni di S. Lorenzo è della stessa opinione: «E’ stata una gioia per gli occhi ritrovarsi di giorno a passeggiare per gli scorci della città eterna, dimenticandoci della macchina e pronti a fraternizzare con chiunque, grazie alla magia della neve.» Federica, 35 anni, di Monte Sacro, racconta: «sono uscita per fare la spesa e mentre camminavo nella neve sul marciapiede mi è arrivata qualche palla di neve addosso lanciata da un gruppo di vecchietti radunati intorno all’unico bar aperto: “scusa signori’, ma con la neve torniamo un po’ bambini!”». Superata la difficile giornata di venerdì, il sabato è stato un giorno da ricordare e da vivere fuori casa. I meno pavidi, infatti, non si sono lasciati sfuggire l’occasione; hanno montato le catene o si sono fatti venire a prendere da amici e parenti dotati di suv, auto con gomme invernali o con catene e, ben coperti e con una macchina digitale a tracolla, hanno dedicato la giornata alla “neve a Roma”. Un itinerario classico per molti è stato rappresentato da Villa Borghese, Piazza del Popolo e Piazza di Spagna.

PER UN GIORNO SI TORNA BAMBINI - Tante le famiglie con i bambini a seguito che passeggiavano contente per i viali alberati, i papà con la reflex in mano scattavano centinaia di foto ai figli intenti a modellare pupazzi di neve o a schizzarsi con la neve, proprio come se fossero al mare ad agosto. Molti gli alberi flagellati sotto il peso della neve, soprattutto pini marittimi e magnolie. Qua e là facevano capoccella i busti di marmo, di Dante, di Zanella, di Del Prete, che si mostravano ai romani con visi nuovi, come mascherati e quindi attraenti. Anche l’idrocronometro era tornato quello dell’86, e come allora i bambini lo avevano eletto a fortino di battaglia. Proseguendo per il piazzale del Pincio la curiosità cresceva, un folto drappello di gente faceva la fila per guardare dalla terrazza la vista su Piazza del Popolo, dopo qualche minuto arrivava il tuo turno, ti affacciavi con il naso rosso e iniziavi ad ammirare la maestosità della città eterna, con il Cupolone sullo sfondo, Monte Mario sulla destra e Piazza Venezia sulla sinistra. Innumerevoli scatti hanno immortalato le chiese gemelle di Piazza del Popolo, l’obelisco, la fontana dei leoni, la Porta Flaminia attraversata da centinaia di persone che dall’alto sembravano formiche intente a pattinare su un bianco tappeto. Il Pincio insomma era completamente innevato, l’unico suono che si sentiva era quello delle risate dei bambini, e degli adulti, gente che non avevi mai visto ti sorrideva e ti salutava. Sono passati quasi 30 anni, ma la neve è sempre la stessa, come identici sono i problemi e gli stupori che suscita. Per un romano la neve, non è solo disagi. E’ meravigliarsi di continuo, è rimanere col naso all’insù mentre i fiocchi ti ricoprono il berretto di lana, è lanciare una palla di neve a un amico, tornando bambini per un giorno, è scrivere sul parabrezza ghiacciato di un’auto: quanto sei bella Roma quando nevica!

Valentino De Pietro
neve, maltempo

2 commenti presenti

Francesca Rossana - 10/02/2012 17:15
Anche io ho gli stessi ricordi, sono stati dei momenti indimenticabili! Leggendo l'articolo sono ritornata bambina! grazie!
Clara Racanelli - 10/02/2012 16:24
Grazie Valentino per avermi fatto sognare...... nel tuo articolo mi sono trovata di nuovo con un passato e una realtà che avevo dimenticato!

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