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Il caso

Valle del Sacco, inquinamento infinito
Pesticidi nei pozzi di Colleferro

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Lo dimostrano i risultati delle ultime analisi chimiche condotte dall’Arpa Lazio e dalla Asl Roma G. “Per anni - denuncia il consigliere comunale Pierluigi Sanna (Rinascita Colleferro) - ci hanno raccontato che gli inquinanti non avrebbero raggiunto le falde profonde. Adesso scopriamo che non è così”. A rischio la potabilità dell’acqua

I pesticidi fuoriusciti dai fusti tossici interrati nella Valle del Sacco hanno raggiunto le falde acquifere. E il disastro ambientale che ha già colpito l’intera area a cavallo tra le province di Roma e Frosinone insidia adesso l’acqua potabile di Colleferro. “Per anni - denuncia il consigliere comunale Pierluigi Sanna, eletto con la lista civica "Rinascita Colleferro" - ci hanno raccontato che gli inquinanti non avrebbero raggiunto le falde profonde. Adesso scopriamo che non è così”.

LE ANALISI - A scatenare l’allarme i risultati delle analisi chimiche condotte dall’Arpa Lazio e dalla Asl Roma G, che sono stati resi noti ai media e alla cittadinanza in una conferenza stampa convocata questa mattina da tutti i consiglieri di opposizione. “Si è trattato di analisi di routine - spiega Sanna - i pozzi cittadini sono monitorati a campione tre volte l’anno dal 1990. In tutto questo tempo non era mai venuto fuori nulla di simile. Evidentemente l’argilla non è riuscita a fermare gli inquinanti chimici. Che adesso sono arrivati oltre gli 80 metri di profondità. Contaminando le falde, forse per sempre”.

In via precauzionale, è stata decisa la chiusura del pozzo comunale numero 6. Ma valori di pesticidi oltre la norma sono stati trovati anche nel pozzo “Stendaggi”, che attualmente rifornisce lo stabilimento AVIO. Mentre nel pozzo “Sacco 2” dell’acquedotto ex-Snia sono stati riscontrati valori sospetti di ferro e manganese. 

“Il rischio - commenta Pierluigi Sanna - è che in un prossimo futuro i cittadini di Colleferro, già vittime di un’immane catastrofe ambientale generata dalla chimica, non possano più bere l’acqua dei pozzi. È dunque necessario e indifferibile cercare subito delle soluzioni alternative”.

LA STORIA - Per l’opinione pubblica il disastro ambientale della Valle del Sacco è tutto racchiuso in un’immagine: 25 vacche morte sulle rive di un ruscello. Stramazzate dopo aver bevuto l’acqua avvelenata di un affluente del fiume Sacco. Era l’estate del 2005. Qualche mese prima, a marzo, le autorità avevano sequestrato, nella stessa area, latte contaminato da beta-esaclorocicloesano, un prodotto di sintesi del lindano, pesticida prodotto sin dagli anni Cinquanta, bandito nel 2001 perché potenzialmente nocivo per la salute umana e animale. L’anno successivo, nel 2006, per la Valle del Sacco venne dichiarato lo “stato di emergenza socio-economico-ambientale”.

Nei decenni precedenti l’intera area era stata sottoposta a un’intensa attività industriale, soprattutto chimica e farmaceutica. Come ormai accertato, il fiume Sacco, esondando periodicamente,  ha trasferito le sostanze inquinanti nei terreni limitrofi, a destinazione agricola, contaminandoli. Con conseguenze molto serie per la salute di migliaia di persone.

Dopo anni di indagini, il 30 giugno 2010 si è finalmente aperto presso il Tribunale di Velletri un processo che vede imputati, con l’accusa di disastro colposo e avvelenamento delle acque, quattro dirigenti d’azienda: il direttore dello stabilimento della Centrale del latte di Roma e il direttore dello stabilimento industriale della Caffaro srl di Colleferro, insieme al legale rappresentante e il responsabile tecnico del consorzio CSC di Colleferro.

Ambra Murè

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