"Paura della moschea, i milanesi imparino da Roma"
Nell’ambito della prima “Settimana della Cultura Islamica” di Roma, parla Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia, che dice la sua sulla necessità del dialogo interculturale e sulla “crociata” elettorale anti-moschea del centrodestra milanese
Moschea uguale islamizzazione, proselitismo e fondamentalismo? Macchè! Quella di Roma “non solo non rappresenta alcun pericolo e non dà fastidio a nessuno, ma è diventata anche un modello di convivenza e di dialogo pacifico”. Così almeno sostiene Abdellah Redouane. Questo cinquantenne marocchino è il segretario generale del Centro Islamico Culturale d’Italia, annesso alla moschea di Roma, ed è giustamente soddisfatto perché è riuscito in un (quasi) miracolo: inaugurare, insieme al sindaco Gianni Alemanno, la prima “Settimana della Cultura Islamica” (dal 23 al 31 maggio). Proprio qui nella Capitale.
Il paragone viene istintivo. Mentre Milano soffre e palpita in questi ultimi scampoli di campagna elettorale, agitata dai fantasmi (abilmente evocati da qualcuno) dell’islamizzazione e del fondamentalismo, Roma celebra una rassegna culturale dedicata all’Islam. È solo un caso, una coincidenza?
È assolutamente una coincidenza. L’idea di questa settimana della cultura islamica era nata già nel 2009, una sera in cui il sindaco Alemanno era venuto qui al Centro per partecipare alla fine del digiuno del Ramadan. Fu in quella occasione che discutemmo per la prima volta della possibilità di realizzare una serie di attività in comune. Abbiamo poi lasciato a questa idea tutto il tempo di crescere e di maturare, decidendo di dedicare questa rassegna non tanto alla religione, quanto alla cultura islamica in senso lato.
Costruita nel 1995, quella di Roma è la più grande moschea di tutta Europa. Un modello, in un certo senso...
Certamente sì. È un luogo di culto musulmano particolare. L’unico a essere aperto anche a visitatori non musulmani ogni mercoledì e sabato mattina. Questa moschea d’altronde non è una creazione della comunità islamica da sola. È frutto dell’incontro tra il desiderio della comunità islamica di avere un suo luogo di culto e la volontà politica dello Stato italiano di dare il suo consenso a questo ambizioso progetto cominciato già negli anni Settanta.
Alla luce della sua esperienza, cosa si sente di dire a chi, in questi giorni, a Milano vede con sospetto, se non addirittura con paura, l’ipotesi della costruzione di una moschea?
Il messaggio che voglio dare non solo a Milano, ma a tutta l’Italia è che le questioni religiose devono diventare un terreno di incontro, di dialogo e di cooperazione. Tutte le città che hanno cercato di fare dell’Islam un motivo di scontro hanno solo perso del tempo e non hanno risolto nessun problema. Roma, invece, i problemi della moschea e del minareto li ha risolti più di 30 anni fa.
Probabilmente però allora era anche più facile trovare il consenso intorno alla costruzione di una moschea. Se non lo si fosse fatto 30 anni fa, oggi magari Roma vivrebbe le stesse paure di Milano...
Sì, è vero che il contesto è cambiato. Ma penso che le città più lungimiranti sono quelle che giustamente agiscono in anticipo. Io penso che Roma è stata fortunata, da questo punto di vista. Perché qui si è creato un punto di riferimento per tutta la comunità islamica, che garantisce un clima più sereno e responsabile e, in un certo senso, previene anche forme di devianza fondamentalista.


