San Basilio, dove il degrado sociale è eletto a sistema
Dal Campidoglio a San Basilio ci stanno undici chilometri. Eppure sembra un altro mondo. E c’è voluto un morto ammazzato per strada per ricordarlo. Viaggio nel quartiere che qualcuno ha già soprannominato “la Scampia romana”. Il commercio della droga, la vita della piazza, il controllo del territorio. Un quartiere senza servizi, dove la politica ha fallito ma i cittadini vogliono cambiare
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“Non farti vedere mentre parli con la polizia. Non andare in giro a fare domande. E soprattutto niente foto”. Ce lo ripetono tutti, prima ancora di mettere piede a San Basilio. Ma io capisco che dicevano sul serio solo quando il fotografo di Paese Sera, Francesco Natalucci, rischia di essere aggredito solo per aver osato puntare l’obiettivo della sua macchina sul palazzo “sbagliato”.
Questo non è un quartiere come gli altri. È quasi un esperimento sociologico. La dimostrazione di quello che succede a un territorio se viene lasciato indietro, abbandonato, ignorato per decenni da uno Stato che non c’è, o fa solo finta di esserci. “Hai aspettato il morto” urlavano l’altro giorno gli abitanti al sindaco Alemanno. E in effetti c’è voluto il sangue di Ennio Lupparelli, ucciso a 68 anni per 10 euro, per portare alla ribalta il degrado di questo rettangolo di città schiacciato tra Nomentana e Tiburtina.
Oggi tutti ne parlano. Le strade sono presidiate dalle volanti. Ma “i pattugliamenti straordinari - prevede Ignazio Craparotta, segretario provinciale del Silp Cgil - dureranno poco”. Come già denunciato più volte dal Sindacato italiano lavoratori di polizia, i soldi non bastano, le automobili sono poche e poco manutenzionate e “si è costretti a rincorrere l’evento mediatico”. Oggi è San Basilio, ieri era Primavalle, domani sarà magari la movida in centro. “Le priorità - denuncia Craparotta - cambiano seguendo il vento dell’opinione pubblica. Sarà forse un caso, ma dopo la puntata di Matrix improvvisamente ci è stato chiesto di mandare quattro volanti a presidiare via Gigliotti”. Quattro volanti per una strada. Quando normalmente la “sicurezza” dell’intero quartiere è affidata a due automobili. Punto e basta.
Via Gigliotti, certo, non è una strada come le altre. C’è chi l’ha definita “il ghetto dello spaccio”. Circondata a destra e a sinistra dagli squallidi palazzoni rosa delle case (ex) occupate, è il cuore della “zona V2”, che rappresenta in un certo senso la periferia di San Basilio nuovo. La periferia della periferia. Qui non c’è un supermercato. Non c’è una farmacia. Non c’è una Asl. Le serrande dei negozi che, nelle intenzioni dei vincitori del bando promosso dalla Giunta Veltroni, avrebbero dovuto ospitare un bar, un vapoforno e una videoteca, sono chiuse. Non hanno mai aperto.
In compenso il commercio della droga va alla grande. Si svolge all’aperto, h24, e offre un rapporto qualità-prezzo talmente buono che a rifornirsi qui arrivano da tutta Roma. E pure da fuori. La volante ferma una Smart. “Patente e libretto”. Alla guida c’è un biondino di 19 anni che abita ai Parioli: di certo non è venuto a trovare un amico. I più prudenti si fanno portare in taxi: fanno acquisti e poi ripartono.
“Lo spaccio qui si fonda su un’organizzazione di tipo militare”, spiega un poliziotto che vuole rimanere anonimo. Ognuno ha il suo ruolo, rigidamente inquadrato in una struttura di tipo gerarchico che, per la sua efficienza, farebbe supporre l’esistenza di un qualche tipo di legame con la criminalità organizzata. Solo indizi, per il momento. Ma “qua sotto potrebbe esserci qualcosa di grosso”. Si parte dai vertici e poi, giù giù, fino ad arrivare alla base, costituita dai cosiddetti “pali”, padri di famiglia ma anche semplici adolescenti, a volte poco più che bambini, organizzati in turni per sorvegliare il territorio e segnalare le presenze sgradite. I più organizzati si portano dietro una sdraietta e una birra. Gli altri semplicemente stanno seduti su un muretto o in piedi, a controllare gli incroci strategici. Ogni turno viene retribuito dagli 80 ai 150 euro, a seconda del periodo. “In questo momento, col casino che è successo, il rischio è più alto e il lavoro viene pagato di più”.
Tutto ha un prezzo. Essere incensurati da queste parti, ad esempio, è una dote preziosa. Ecco perché le cosiddette “rette”, che si offrono di custodire la “merce” in casa propria, possono chiedere anche 5/6.000 euro al mese. Se poi qualcuno viene beccato e finisce in galera, l’organizzazione si occupa di pagare le spese legali e sostenere i familiari.
San Basilio nuovo è un paese. Qui ci si conosce tutti. “Molti di questi ragazzi - dice Pina, madre di due figli - li ho visti crescere. Spesso vengono da famiglie perbene e si lasciano tentare da chi gli offre 100 euro per qualche ora di ‘lavoro’. Ecco perché io non permetto mai ai miei figli di venire in strada a giocare: non si sa mai”. Qui il “praticantato” comincia presto. I più svegli a 10 anni fanno già da palo e a 15 cominciano a spacciare.
La piazzetta è piena di gente, di adulti e ragazzi intenti a non fare nulla. Almeno apparentemente. Passa una vecchietta vestita di scuro. “Quella lì qualche tempo fa l’abbiamo arrestata con 3 kg e mezzo di cocaina”, dice un poliziotto. Lei ci guarda male e passa oltre.
Da un momento all’altro t’aspetti di veder comparire da dietro l’angolo il Riccetto, il Lenzetta e il Caciotta. I “ragazzi di vita” di Pasolini, i sottoproletari cresciuti in strada, emarginati dalla città “normale” e rispettabile, sono ancora qui. Più soli e più arrabbiati di prima. Si riferiva forse a loro il prefetto Giuseppe Pecoraro quando, mercoledì scorso, raccontava alla Commissione parlamentare Antimafia di una “nuova generazione di criminali, violenti, meno riflessivi, più inclini all’esercizio della forza che alla mediazione”. Per molti lo spaccio di droga è lo sbocco “professionale” più semplice e redditizio. Ma forse anche l’unico possibile. “Di lavoro ce n’è poco - si lamenta un abitante del quartiere - poi se vai da qualcuno a dire che sei di San Basilio, ma chi ti prende?”.
Il degrado è un circolo vizioso. È la classica teoria delle finestre rotte: si comincia con un vetro in frantumi, che nessuno viene a riparare, e poi, ammette Pina, “ci si finisce per abituare anche a questo”. Questo sarebbe la droga venduta per strada, i tossici a rota che sudano sui marciapiedi, le “guardie” che ogni tanto vengono a fare una retata. “La cosa più assurda - dice un’altra mamma - è che non siamo nemmeno più liberi di dire che questo schifo non ci piace”. Basta poco per essere etichettati come “infami”. Basta dare confidenza a un giornalista. O parlare al cellulare qualche minuto prima che passi una volante perché allora vuol dire che “l’hai chiamata tu”.
“Questo posto - dice il poliziotto - si fonda su una specie di equilibrio del terrore”. Da un lato polizia e carabinieri, dall’altro gli spacciatori. E nel mezzo la brava gente. La convivenza finora era stata tutto sommato piuttosto pacifica. Qui stupri, furti, rapine di solito non ce ne stanno: perché attirare l’attenzione per pochi spiccioli, quando la polvere bianca consente di fare tutti questi soldi senza fatica? La filosofia dominante sembra essere quella del “vivi e lascia vivere”. Anche se c'è tanta gente perbene che ha voglia di cambiare, ci sono piccole realtà che si sono messe in rete e sono alla ricerca di un percorso nuovo per il quartiere e che Paese Sera vuole raccontare.
Proprio di fronte a uno dei palazzi più “caldi” della zona c’è un piccolo locale. Un pomeriggio alla settimana gli operatori dei progetti “Piazzando” e “Lupo Alberto” vengono qui per fare sostegno scolastico a una decina di bambini. Ortensia è una di loro e non ha dubbi: “la percezione di sicurezza aumenta quando metti le persone nelle condizioni di vivere il proprio quartiere”. A volte basta poco. Come prendere un paio di guanti e un sacchetto dell’immondizia e ripulire un campetto abbandonato per mettere su un progetto di calcio sociale. “I nostri eroi - dice Angelo, papà di uno di questi ragazzini - sono loro, che hanno fatto per noi molto più di ogni sindaco”. La paura più grande è che anche questo potrebbero portarglielo via. Queste attività sono infatti legate al rinnovo del contratto con la Regione. Che è a tempo determinato, a differenza del degrado intorno.
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