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Il “negazionismo” a Roma è anche una questione di linguaggio. Meglio depennare parole come controllo del territorio, pizzo, omertà. In VIII municipio, per esempio, lo chiamano disagio sociale: si è trasferito da Tor Bella Monaca a Ponte di Nona. Nel silenzio DI CARMEN VOGANI

Il “negazionismo” a Roma è anche una questione di linguaggio. Meglio depennare parole come controllo del territorio, pizzo, omertà. In VIII municipio, per esempio, lo chiamano disagio sociale: si è trasferito da Tor Bella Monaca a Ponte di Nona. Nel silenzio. “Torbella” resta la piazza dello spaccio, urlata sui giornali. Ma a Ponte di Nona arriva la “merce” e si reclutano i “fattorini” della droga. C’è chi lo scopre guardando dalla finestra i corrieri, ma preferisce fare finta di niente. Comprensibile: è la paura di chi vive in un quartiere sotto assedio, l’omertà della gente perbene. Roma è orgogliosa. Se dici che è terra di mafie, ti accusano di “allarmismo”. Così il fronte dei negazionisti non molla. E il mancato allarme sociale genera perversioni: a Primavalle alcuni residenti hanno aggredito le forze dell’ordine e facilitato la fuga di un latitante.

L’obiettivo delle organizzazioni mafiose, come ricorda l’Osservatorio regionale per la Sicurezza e la Legalità nel suo Rapporto del 2008, è «infiltrarsi nelle amministrazioni locali». E dal momento che nella Capitale i municipi sono città nella città, controllarli uno per uno non è semplice. Però, accade pure che il latitante calabrese Strangio arrivi indisturbato fino a una struttura sanitaria di Roma. Scortato da un consigliere municipale.

Visto l’insediamento fisico ed economico di famiglie della camorra e della ‘ndrangheta in alcuni quartieri «non è esagerato parlare - sostiene sempre l’Osservatorio - di forme di controllo di segmenti significativi del territorio». Dai confini dell’VIII municipio, passando per la Tuscolana, a lungo regno di Michele Senese,  fino a San Basilio e Ostia con i Fasciani. In qualche caso vere e proprie fortezze anche ai tempi della Banda della Magliana. Non a caso i nomi di ieri ricompaiono nelle indagini di oggi. Il 6 luglio scorso è tornato in cella Enrico Nicoletti. L'accusa è di truffa, usura e riciclaggio. Perché il cassiere della Magliana, dalla sua casa di Torre Gaia la faceva ancora da padrone. E con gli amici di sempre, i Casamonica e i Casalesi. Il 13 luglio viene arrestato per usura (anche ai vip) Giuseppe de Tomasi, detto “Sergione”, ennesimo esponente della Magliana ancora in servizio. Suo figlio, Carlo Alberto, gestiva tre sale da gioco.

Il tessuto economico di Roma è miele. C’è il controllo dei mercati rionali, dei parcheggi, della ristorazione e quello dei paninari. Ci sono i locali notturni di via Veneto dove si avvicina «la gente che conta», confida un investigatore: un numero spropositato di porteur e pochi clienti. «Il fatturato? Si campa d’altro».

Esistono diversi modi per controllare il territorio. Come la trappola dell’usura. Le denunce diminuiscono, è vero, ma aumenta il numero degli “strozzati” (28mila commercianti usurati e un giro d’affari stimato in 3,3 miliardi di euro fanno del Lazio una delle Regioni più colpite). E accanto al classico cravattaro, ci sono i colletti bianchi e le organizzazioni criminali: un’usura «raffinata» che mira «a segare le gambe alle aziende fino a ridurle al lastrico e rilevarle», come spiegano gli operatori dell’Agisa onlus, che gestisce alcuni sportelli antiusura nella città. Passaggi di proprietà sempre più frequenti che falsano il mercato. E assunzioni obbligate, come insegnano i clan.

Non solo imprenditori e commercianti. Nella rete dell’usura finiscono anche famiglie, pensionati, trentenni. Le banche fanno paura e non c’è prevenzione. Sotto strozzo qualcuno c’è finito per pagare le spese sanitarie: al Gemelli «gira lo stesso usuraio da anni», racconta una vittima. All’Umberto I, è una storia vecchia di 15 anni, il “canale” è un infermiere. La criminalità sa bene dove andare, chi ha bisogno.

Il controllo del territorio emerge anche in altre vicende, di estorsione e minacce. Come nel caso del proprietario di un banco alimentare, sempre nell’VIII Municipio, costretto a portare la spesa a una famiglia di noti pregiudicati, fino a casa. Gratis. Ci sono le intimidazioni e i ristoranti bruciati a Ostia nell’ultimo anno: episodi che riguardano, sostiene il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, «il rischio di infiltrazioni economiche da parte della criminalità organizzata». Basta leggere, del resto, il dossier di Libera Informazione, che per Ostia parla di «racket selvaggio»: fino a 10mila euro per una postazione balneare “sicura”. Si paga il pizzo anche a Torre Maura e San Basilio. E in zone “importanti” come Piazza Bologna («pago per stare tranquillo», ammette più di un commerciante) o il Centro storico: «Se è una cifra accettabile, conviene». Altrimenti qualcuno può sfasciarti la vetrina.

Da anni negli uffici anticrimine si parla di mafie e controllo del territorio. «Siamo in eterno ritardo», denuncia Gianni Ciotti del Silp Cgil, che sulla politica della sicurezza si è fatto venire qualche dubbio: «Mi pare che si sponsorizzi quella privata». Dalle ronde, che sembrano tramontate, ai vigilantes dell’ultimo protocollo firmato dal sindaco Alemanno. Dai dispositivi satellitari antistupro ai venditori porta a porta di antifurti. Una sorta di “mille occhi sulla città” fai da te. Che non bastano. Serve il coraggio della parola: quella giusta per raccontare i fenomeni con il loro nome e quella coraggiosa, di chi (ancora troppo pochi) ha trovato la forza di denunciare.

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