Innovazione vs burocrazia italiana
a Roma può nascere una startup?
Il fondatore di StartupCloud Nicola Mattina: "Guardando la parabola dei giovani innovatori in felpa e jeans à la Zuckerberg viene da pensare 'lo posso fare anch'io'. Un fenomeno che si può, in un certo senso, paragonare alla 'primavera araba'”
Incubatori, acceleratori d'impresa, barcamp, ignite, business angels, preseed, startup... parole sempre più frequenti che per molti non vogliono dire assolutamente nulla. Cogliamo l'occasione della nascita di Porta Futuro, ultimo progetto dell'amministrazione pubblica volto a favorire la nuova imprenditoria e insieme la ricerca di lavoro, per parlare dell'ecosistema dell'innovazione in Italia e a Roma con Nicola Mattina, esperto di new media e fondatore di StartupCloud.
Negli ultimissimi anni è sbocciato un florilegio di aziende, social network, iniziative varie dedicate al mondo dello startupping innovativo. Come ti spieghi questo fenomeno?
Per me una delle ragioni principali sta nel fatto che oggi la maggior parte dei nuovi posti di lavoro vengono da startup. Questo ancora solo in contesti all'avanguardia come gli Stati Uniti (lo dimostra per esempio la Kauffman Foundation), ma sarà così sempre di più anche in Italia. La seconda ragione è più strettamente culturale. Da noi c'è un capitalismo ereditario, familiare, ma ora c'è la possiblità di accesso a una narrazione diversa: dai social media si attinge di prima mano a informazioni diverse da quelle dei media di massa. Guardando la parabola dei giovani innovatori in felpa e jeans à la Zuckerberg viene da pensare “lo posso fare anch'io”. Un fenomeno che si può, in un certo senso, paragonare alla “primavera araba”. È una questione di come raccontiamo noi stessi e di quali sono le storie che ci ispirano.
Ma questo grande mercato che si è aperto in brevissimo tempo... si può parlare di una nuova bolla finanziaria?
Sì: c'è ora una grande mole di denaro, in parte generato dalle speculazioni immobiliari-finanziarie, che viene reinvestito in “innovazione”. Per capire questo tipo di speculazione dobbiamo spiegare come funziona il ciclo di vita di una startup tecnologica nell'area dei new media: innanzitutto l'idea deve diventare un prodotto; poi questo prodotto deve dimostrare di avere grande potenzialità commerciale, in gergo “traction”, e l'impresa capacità di “scalare”, ovvero di crescere velocemente. Questa prima fase, detta “early stage” o “preeseed”, ha un finanziamento solitamente fino a 50 mila euro; gli attori impegnati in questa erogazione di danaro sono i business angles (investitori singoli privati) o i superangels (reti di investitori singoli): l'angel investe nello startupper come imprenditore e pertanto, anche per non demotivarlo, non chiede per sé più del 10% di quota societaria. Una volta arrivati alla creazione del prodotto e alla dimostrazione di traction si entra nella fase di “seed”, in cui entrano in gioco i venture capitalist: in questa fase si arriva a un finanziamento fino a un milione e mezzo di euro, a cui possono seguire altri vari “round”, per sostenere la crescita.
Eccoci alla spiegazione della bolla. La gran parte degli investimenti va nella fase di preeseed, dove il prodotto ha un tasso di mortalità alto: gli investimenti si “volatilizzano” subito. Seconda cosa: sono stati investiti molti soldi in grandi startup tipo Groupon, che ha due anni di vita e già un milione di dollari di investimento: una speculazione assurda, nata dal fatto che si vuole “truccare la corsa” in vista della quotazione in borsa. Sì, perché quotarsi è l'unico modo per gli investitori di riprendersi le grandi cifre investite e in generale la regola è che se entro 18 mesi dalla nascita di un prodotto non ci si quota in borsa, non ce la si farà mai. Ma quando ti quoti in borsa devi fornire una documentazione dettagliatissima; quando sono usciti i numeri di Groupon c'è stato uno choc generale: è in perdita netta e rapidissima.
Ma in questo ecosistema c'è spazio per la ricerca che non produce immediato profitto?
No, quando parliamo di innovazione parliamo di prodotti.
In particolare, ci racconti cosa succede in Italia?
In Italia non abbiamo un ecosistema adatto: non abbiamo un mercato di aziende che comprano aziende, i venture capitalist sono pochi e non orientati al rischio e le nostre non sono aziende ad alto livello tecnologico. Un'azienda come Google che acquisisce startup innovative qui non c'è, l'unica per farsi comprare è andare a Silicon Valley. O a Boston, o nel New England. Certo rimane la possibilità di quotarsi in borsa. O comunque, se sei una startup, di rivolgerti a un incubatore tipo H-Farm, che alimenta aziende in Italia, ma poi cerca di venderle negli Stati Uniti. Bisogna fare così, cercare di produrre qui, dove, come dice Fabrizio Capobianco, abbiamo vantaggi “di paese” - il lavoro costa ancora relativamente poco, ci sono buone scuole di informatica e un territorio dove la gente (talenti e investitori) ha voglia di venire -, ma poi andare almeno a Londra, dove c'è un buon mercato di capitali. Anche se va detto che lo scouting da altri paesi come gli Stati Uniti è sempre più frequente, anche grazie a programmi come Mind the Bridge e Fullbright.
A Roma, in particolare, si può far nascere una startup?
A Roma la cosa buona è che c'è un aereoporto internazionale. No, a parte gli scherzi, è un percorso in salita. Roma ha un mercato software legato alla pubblica amministrazione e alle grandi aziende che ammazza il pensiero creativo. Però le possibilità sono aperte. Sul territorio ci sono anche realtà interessanti come Enlabs, “acceleratore” di startup fondato da Luigi Capello. Ricalca il modello americano: gli startupper vengono seguiti dall'idea al prodotto da manager di altre aziende che si prestano a far da mentori e da finanziatori (loro o le aziende per cui lavorano), se dopo averlo un po' seguito acquistano fiducia nel progetto. Una sorta di apprendistato più finanziamento early stage. Da lì stanno nascendo progetti interessanti come Qurami, un software per cellulare che aiuta ad evitare le code con numeretto elettronico, e Soundreef, una radio service con musica fuori diritti Siae, quindi molto più economica. E poi certo c'è la cosiddetta “Tiburtina valley”: un polo ad alto livello tecnologico tra Roma e L'Aquila.
Che ne pensi invece delle iniziative pubbliche di “accelerazione” d'impresa, come Porta Futuro, il centro di consulenza gratuita per il lavoro e l'impresa appena inaugurato dalla Provincia?
Non ho grande fiducia in questo tipo di aiuti. A Porta Futuro probabilmente aiutano a fare un business plan, ma all'inizio non serve, bisogna prima dare la possibilità di mettere alla prova le idee. Inutile prefigurare un piano economico se ancora non ho trasformato l'idea in prodotto e non ne ho verificato la traction. E poi, non basta aprire uno spazio, bisogna anche metterci dentro i contenuti, animarlo, se no è il solito ufficio ammazzacreatività.
In più, come per il Bic Lazio e le altre iniziative analoghe, si tratta di fondi europei elargiti da burocrati, che scelgono i beneficiari in base alla corrispondenza della documentazione fornita con i loro criteri, soprattutto la potenzialità che ha la startup di creare nuovi posti di lavoro nella regione. In più, la loro capacità di giudicare la validità di un'idea o di un team sono pari a zero. Per far questo non servono burocrati, ma esperti, che ti allevano perché è loro interesse che il sistema funzioni e l'ecosistema innovazione può funzionare solo portandovi nuova linfa.
In conclusione, per avere una visione d'insieme sul panorama della startup italiane consigliamo di andare sul wiki realizzato dal tuo team. Cosa vi ha spinto a creare questo database, e che altri progetti avete in serbo?
Il wiki StartupCloud è stato creato perché tre anni fa stavamo cominciando a collaborare con Working Capital e avevamo bisogno di una mappatura delle startup italiane. Ora il wiki è stato acquisito da Startupbusiness mentre il marchio StartupCloud rimane a noi. Da studio di consulenza diventiamo un'azienda che sviluppa progetti, sia con un nostro portafoglio di progetti sia con progetti di incubazione esterna, ovvero incubazione di spin-off di grandi aziende. Il nostro primo progetto proprietario sarà “Hoobee”, una app per smartphone pensata come carta di fidelizzazione digitale per negozi.



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