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Tra Roma e Venezia, il "Risiko" dei festival

festival film auditorium

Presidenti e direttori in scadenza. Galan che vuole cancellare quello del cinema di Roma. E la Regione Lazio che preferirebbe accorpare quello della fiction. Mentre impazza il totonomine, gli addetti ai lavori si ribellano: "Non si può lavorare così" DI MICHELA GRECO

“E’ un anno definitivo, di svolta. E non si può continuare con questi attacchi, non si può lavorare così. E’ un sistema malsano tipicamente italiano, che deve finire a tutti i livelli. Alemanno aveva dubbi sul Festival di Roma all’inizio, ora si schiera in sua difesa. Questo e altri sono segnali dell’importanza di una manifestazione che palesemente fa gola a molti”. Così parlava, alla vigilia della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma la direttrice artistica in scadenza Piera Detassis, sintetizzando efficacemente con Paese Sera il momento critico del cinema italiano. Dove sono in gioco equilibri politici, economici e soprattutto, non dimentichiamolo, culturali. Nel Paese che ospita il festival di cinema più antico del mondo (la 68enne Mostra di Venezia) e il cui cinema del Dopoguerra ancora ispira cineasti di tutto il pianeta, in questo autunno caldo ciò che preme di più capire, al di là dei contenuti cinematografici, è cosa succederà ora, in settimane in cui si liberano i posti di direttore artistico e presidente delle tre kermesse autunnali dell’audiovisivo. Marco Müller ha chiuso il suo secondo mandato alla Mostra di Venezia alla fine di una gran bella edizione, in cui ha dimostrato una volta di più le sue capacità critiche, diplomatiche e il suo prestigio internazionale. Di certo tra i nostri operatori culturali è quello più conosciuto nel mondo. Gian Luigi Rondi e Piera Detassis (rispettivamente presidente della Fondazione Cinema per Roma e direttore artistico del Festival) hanno chiuso la 6/a edizione della ex-Festa capitolina consapevoli che potrebbe essere l’ultima, visto che il loro mandato scade, che in molti scalpitano per occupare le loro poltrone e che nella Capitale più che altrove bisogna ragionare in termini politici. Il Fiction Fest si è organizzato in fretta e furia per portare a casa la 5/a edizione, che si è incollata al cugino del cinema come tempi (fine settembre al posto del consueto metà luglio) e come luoghi (Auditorium Parco della Musica). Qui i mandati sono annuali, e c’è aria di “razionalizzazione”, per fare “economia di scala” tra  Fondazione Cinema per Roma ed ex-Fondazione Rossellini – che organizzava il Fiction Fest prima di essere messa in liquidazione. E l’assessore regionale alla cultura Fabiana Santini aveva annunciato alla vigilia che serve “un interlocutore unico in capo ai due festival”. Ma anche che “potrebbe diventare un festival unico con una doppia identità”.

TRA FICTION E CINEMA - “La fiction è il miglior laboratorio della progettazione audiovisiva, ci ha mostrato opere notevolissime anche ai grandi festival internazionali - dice Giorgio Gosetti, ex direttore del Concorso di Roma e ora alla guida delle Giornate degli Autori veneziane – come La meglio Gioventù a Cannes, ma è difficile mettere insieme le due cose, sono due mercati diversi. A Cannes a nessuno verrebbe in mente di fondere il mercato del festival del cinema con il MipCom. Fatico a pensare alla stessa insalata”. Un’analisi molto lucida arriva anche da Fabio Ferzetti, la migliore penna della critica italiana (in forza al Messaggero) con alle spalle un’esperienza da curatore a Venezia, prima alla Finestra sulle immagini voluta da Pontecorvo e poi alle Giornate degli Autori. Anche lui punta su una metafora ortofrutticola: “Fare un festival unico di cinema e fiction a Roma sarebbe come fare un festival di capre e cavoli, non ne capisco il senso. Per quanto siano interessanti le intersezioni che hanno portato prodotti avanzati della tv nei grandi festival di cinema, un conto è inserire un titolo televisivo, un altro è fondere i due mondi. E poi come lo farebbero? Nella stessa location e negli stessi giorni? Forse l’unica soluzione sarebbe posizionarli all’Auditorium in due settimane consecutive, ma tenendoli separati”. Del resto anche alla Casa del Cinema sono un po’ tornati sui loro passi, rimangiandosi l’intenzione di chiamarla “Casa del Cinema e della Fiction”.

Anche la direttrice Detassis si esprime sulla questione: “Unire fiction e cinema a Roma è qualcosa che non riesco a vedere chiaramente. All’interno del programma del festival di Roma posso immaginare di presentare alcuni prodotti tv molto cinematografici, come abbiamo fatto l’anno scorso con Boardwalk Empire di Martin Scorsese, e Müller ha presentato a Venezia Mildred Pierce, ma non capisco come mescolare due industrie così diverse, mettendo la fiction tv, soprattutto italiana, in un settore che ha bisogno di essere sempre più internazionale. Mi sembra un ‘mescolone’ molto all’italiana”. Intanto il ministro Galan ha auspicato di affidare a Venezia il concorso internazionale e lasciare alla Capitale il mercato. “È un equivoco frequente – risponde la Detassis - che appartiene molto a Roma: si parla sempre di mercato: questa parola piace moltissimo alla politica perché la capiscono, è semplice, mentre l’arte è più complessa. Mercato quindi profitto, quindi soldi, quindi moderno. Ma mercato non significa questo: non si può fare un mercato senza un festival che lo sostiene”.

LA CONTINUITA' - La continuità di direzione di Piera Detassis, nata in epoca veltroniana con l’anomalia Ciak - il mensile di cinema Mondadori da lei diretto e che “naturalmente” ha in anticipo e in esclusiva tutti i migliori contenuti legati al festival – appare poco probabile. Ma la diretta interessata, al futuro, ci pensa: “Finisce il mio mandato e non so cosa succederà – dice - ma se dovessi riprendere Roma dovrebbero essere fatti cambiamenti decisivi nel senso del festival metropolitano, nella direzione della Festa-mercato, come Toronto. Non credo si possa eliminare il concorso, ma lo farei più popolare come era in origine, cercherei di specializzarlo e non priverei il pubblico romano di tanti film solo per banali regole di anteprime mondiali. E comunque io, se non resto a Roma, continuo semplicemente a dirigere Ciak”.

“Dietro di lei” c’è Gian Luigi Rondi, un giovanotto classe 1921 che appena insediatosi come presidente della Fondazione Cinema per Roma (succedendo al dimissionario Goffredo Bettini) ha imposto un cambio di rotta rivoluzionario: italianizzare i nomi delle sezioni. Dall’inglese Business Street a Mercato internazionale del film, persino dal latino Extra a L’altro cinema, e ha infilato decine di titoli italiani (di cui alcuni discutibili) nel calderone. E la Festa/Festival ha perso quel poco di identità che ancora stava faticando a costruirsi. Se non altro per motivi anagrafici, difficilmente Rondi sarà disposto a lottare per mantenere il suo posto, spianando almeno un po’ la strada a Goffredo Bettini, l’altro elemento del tandem veltroniano che ora, più defilato politicamente, avrebbe tanto più interesse a recuperare quella bella poltrona romana. Qualcuno suggerisce il nome di Pasquale Squitieri, praticamente l’unico – comunque il più noto - regista italiano di destra. Ma non sembra un’ipotesi molto realistica. Probabilmente la destra è consapevole di non riuscire a esprimere nomi di spessore, quindi si appoggia facilmente su figure del centrosinistra. Come Mario Sesti, che ha programmato L’altro cinema con visione, libertà e consensi, mettendo a segno colpi da maestro come la presenza del fantasmatico Terry Malick (che non si è palesato nemmeno per la Palma d’Oro a Cannes) e della leggenda Springsteen. Ma probabilmente l’ex-professore di filosofia al liceo – unico della struttura dirigenziale del Festival di Roma ad avere un contratto a tempo indeterminato – preferisce la libertà Extra al potere di una Direzione incatenata da lacci partitici.

I PAPABILI - E se la spuntasse l’attuale direttore del Fiction Fest Steve Della Casa? In fondo ha diretto un festival di cinema importante come quello di Torino, è conosciuto e sa muoversi agilmente tra le trappole politiche. Prima dell’estate lui stesso ci aveva detto “se mi vorranno ancora, ci sarò”, riferendosi alla fiction. Giorgio Gosetti, il cui nome era fatto insistentemente l’anno scorso per l’avvicendamento alla Mostra della laguna, da anni propone scoperte, qualità e talenti affermati tra Courmayeur e le Giornate degli Autori. Ma dal concorso di Roma se n’è già andato. In generale, lui pensa che “In Italia i ‘tecnici da festival’ sono pochi e con relativo ricambio. Ho rispetto per Rondi – dice - sul suo nome c’è stato l’accordo per garantire la sopravvivenza del festival. A me comunque piaceva il discorso di Veltroni: I politici facciano la loro parte dando le fondamenta e i mezzi agli architetti, poi si mettano da parte perché spetta agli architetti costruire”. Esattamente la stessa linea di Mario Sesti: “La cosa peggiore che può succedere è che mettano dei funzionari, nomine squisitamente politiche”. E tra nomi più o meno plausibili e accreditati – tra cui anche Alberto Barbera (che ha già diretto la Mostra di Venezia e ora guida il Museo Nazionale del Cinema di Torino) ed Enrico Magrelli (selezionatore di Venezia e conservatore della Cineteca Nazionale) - latitano donne e giovani. Se ci si pensa bene, dunque, anche ascoltando critici, festivalieri e operatori culturali, le opzioni non sono poi tantissime. E il rischio di veder dirigere un festival (o una festa) d’arte cinematografica (o del film) a un funzionario che pensa che Pasolini sia un calciatore dell’Udinese si fa più consistente. Di certo varrebbe la pena fare una riflessione più generale, come ha fatto Ferzetti: “C’è un problema di fondo: ci sono sempre più festival e sempre meno sale. Con i multiplex che dilagano e la desertificazione delle sale cittadine è impossibile far sì che i festival non si riducano a un lancio estemporaneo, autoriferito e compiaciuto senza una vera funzione. Diventano un’orgia di film per gli addetti ai lavori, ma al grande pubblico non arriva nulla. Il festival di Roma ha questo di buono: cerca di lavorare 12 mesi l’anno, creare nuovi spettatori e avvicinarsi alla gente”. Una proposta utile, come quella condivisa da più parti di “avere il coraggio di scegliere pochi film e promuoverli con forza”. Mario Sesti già percorre questa strada: “A Extra, che poteva sembrare un magazzino che raccoglieva anche marchette, c’è una forte selettività anche per i film italiani, che a Venezia non c’è. Non possono esserci 21 titoli di Rai Cinema tutti belli, vuol dire che non si fanno scelte”.

Michela Greco

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