Sei in: Home - Cultura e spettacolo - Cinema - I Taviani da Rebibbia a Berlino Il carcere svelato con Shakespeare
Festival

I Taviani da Rebibbia a Berlino
Il carcere svelato con Shakespeare

"Cesare deve morire" di Paolo e Vittorio Taviani - Copyright Umberto Montiroli

I due fratelli registi di Padre padrone sono stati accolti da applausi alla presentazione in concorso del loro Cesare deve morire, tutto girato nel braccio di massima sicurezza dell'istituto di pena romano con detenuti come attori. Che hanno messo nella finzione dei loro personaggi la verità di un vissuto di colpa e dolore DI MICHELA GRECO

DA BERLINO Gli "Indignados" sul grande schermo con Tony Gatlif

BERLINO - Proprio all'indomani di un'altra morte in carcere – quella di un detenuto trentenne a Regina Coeli – e in giorni in cui si impone l'attualità del decreto svuota-carceri per scongiurare il loro drammatico sovraffollamento, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani si prendono gli applausi della stampa a Berlino, dove presentano in concorso il loro Cesare deve morire. Un film interamente girato tra le pareti blindate di Rebibbia, dove i due registi di Padre padrone hanno fatto entrare la macchina da presa per quattro settimane, dalla mattina alla sera, per catturare lo spettacolo dei detenuti del braccio di massima sicurezza (quelli condannati per reati legati alla criminalità organizzata) che mettono in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Uno spettacolo che si fa grande cinema attraverso lo sguardo profondo, strutturato e allo stesso tempo spontaneo dei cineasti, che giustappongono la potente messinscena del dramma shakespeariano sul potere, il tradimento e la congiura ai momenti quotidiani dei carcerati. Sono re sul palco, dove recitano ciascuno nel loro dialetto di origine e impongono al testo la forza emotiva di un vissuto criminale e poi di redenzione, e schiavi un minuto dopo, quando i secondini li invitano a tornare nelle loro celle.

20125150_3

"Cesare deve morire" dei fratelli Taviani 2 - copyright Umberto Montiroli

Tra quelle immagini, realizzate con un bianco e nero rivelatore, si fa spazio con veemenza la verità di una condizione da cui questi uomini stanno cercando di riscattarsi con l'arte e la cultura. Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri e gli altri detenuti (alcuni di loro con "fine pena mai") mettono la faccia e la disperazione accumulata in un passato di violenza e in un presente di condanna nei loro Cassio, Bruto, Cesare e Marcantonio. Quelle che incarnano tra le sbarre di Rebibbia sono anche e soprattutto le loro storie, non solo quella scritta dal Bardo. E quando, a inizio film, scorrono i provini fatti per scegliere i ruoli, ognuno di loro declama le proprie generalità (i Taviani usano spesso questo metodo per i casting) con la rabbia e il sentimento che appartengono all'uomo, oltre che all'attore. Due condizioni che in Cesare deve morire si sovrappongono moltiplicando il senso, con la classe del grande cinema capace di svelare una realtà emotiva, politica e sociale di immensa complessità grazie alla semplicità dello sguardo. Tra le tavole del palcoscenico questi detenuti con un passato di mafia tornano ad essere "uomini d'onore" grazie a Shakespeare; hanno qualcosa – un'umanità dolente, colpevole e sofferente – che nessun attore "normale" potrebbe sciogliere nel suo personaggio. Ma in cella tornano a trasformarsi in "guardatori di soffitto", quello spazio che sono costretti ad osservare per interminabili ore e in cui si proiettano incessantemente colpe passate e tragedia presente.
E, al di là, dell'ambientazione carceraria, questi personaggi sono attuali anche per il rimando alla realtà di oggi nel nostro Paese, tanto che Vittorio Taviani ammonisce: "Oggi è più difficile identificare i nuovi Cesari che vogliono abusare del loro potere, perché lo fanno non solo con il sopruso, ma hanno anche tanti altri modi più sofisticati per togliere la libertà. Il compito dei nostri giovani è capire quali Cesari bisogna combattere. Per questo si potrebbe dire che Bruto è un 'indignato'".

Rigoroso, umano e potente, Cesare deve morire è un esempio luminoso di come il cinema e la sua forma possano incastrare il senso più vero e profondo tra le maglie del loro artificio, offrendo una efficace chiave di lettura sulla politica e la società. Con stile e senza sensazionalismi. Di come si possa dire la verità attraverso la finzione, far straripare l'emozione nonostante le catene. Solo, in questo caso, con qualche piccolo e perdonabilissimo peccato di didascalismo.
Il pubblico potrà vederlo in sala dal 2 marzo, quando Cesare deve morire, uscirà con Sacher distribuzione.

Michela Greco

Social networks