Gli "Indignados" alla Berlinale
Gatlif tra realtà e fiction
Il cineasta gitano ha posato la telecamera sulla marea umana di giovani ribelli della Puerta del Sol, sulle miserie di Parigi e di Atene, mescolando documentario e narrazione nel vagabondaggio di un clandestina africana attraverso le rivolte dell'Europa. Presentato nella sezione Panorama, il film è ispirato al libro Indignez-vous di Stéphane Hessel DI MICHELA GRECO
Un emblema dei nostri tempi: una marea umana che ondeggia al ritmo della rivolta alla Puerta del Sol, dove gli Indignados hanno dato il "la" a una "rivoluzione" di portata mondiale – seguita alle vicende drammatiche della Primavera Araba – contro lo strapotere dei mercati e delle banche, in difesa dei diritti umani e di quelli dei migranti. Per alzare una voce giovane e arrabbiata contro "la libertà incontrollata della volpe nel pollaio", o "l'attuale dittatura dei mercati finanziari". Parole uscite dal fortunatissimo "opuscolo" di Stéphane Hessel Indignez-vous: appena 40 pagine per elencare tutti i motivi per cui è necessario indignarsi e agire per fermare la deriva del pianeta. Pagine che si sono trasformate in immagini grazie al regista gitano Tony Gatlif, che oggi ha presentato alla Berlinale (nella sezione Panorama) il suo Indignados, "una sorta di seguito del libro, che ho voluto girare appena l'ho letto", ha detto.
DALLA REALTA' ALLA FINZIONE - Era nato come un documentario per Arté, poi è diventato un film per il cinema, in precario equilibrio tra realtà e finzione, che osserva la miseria in Grecia, Spagna, Francia e le moltitudini di giovani che si ribellano contro di essa attraverso gli occhi di Betty, clandestina africana "emersa dalle acque". Interpretata da Mamebetty Honoré Diallo, oggi assistente sociale ma in passato anche lei vittima della violenza delle frontiere, lei è il "punto di vista", la finzione che il cineasta ha spruzzato nel mezzo delle immagini girate nel cuore della protesta a Madrid, o lungo i binari di una stazione dove scorrono materassi, sacchi a pelo, poveri giacigli di "clandestini provenienti da tutto il mondo e abbandonati al freddo e alla miseria". Uomini e donne presenti negli occhi con la forza della loro assenza dallo schermo, perché "Ci vuole pudore nel filmare le persone – afferma il regista premiato a Cannes per Exils - Si può guardare la miseria ma bisogna rispettarla: ho filmato quando sono andati via".
E così, questo film che colpisce il cuore dello spirito del tempo, segue i passi di una donna che preferirebbe forse "essere un animale piuttosto che un essere umano clandestino" attraverso le ferite sociali del vecchio Continente, dove i giovani hanno preso in mano la rivolta. Anche e soprattutto grazie alle parole di Hessel, citate in molti dei loro slogan. "Devo molto ai giovani che sono scesi in strada, ovunque – ha detto lo scrittore a Berlino – Il mio piccolo manifesto ha incoraggiato le persone a fare cose insieme. Il che è positivo, ma solo se non ci accontentiamo di essere scontenti e guardiamo avanti con speranza e responsabilità". La poesia e la forza di una marea di arance che rotolano giù per la città fino al mare – "un omaggio all'ambulante di frutta Mohamed Bouazizi, che a dicembre 2010 si diede fuoco come gesto estremo di protesta" – e di una manciata di scarpe trascinate dalle onde sulla spiaggia, si infrangono però su un muro di didascalismo e demagogia. In un film in cui la finzione perde, di molti punti, il confronto con la realtà e le immagini "rubate" all'onda dei movimenti.


