La giungla dei cartelloni abusivi
Un business da centinaia di milioni
La battaglia contro l'affissione selvaggia va avanti senza grossi risultati dagli anni Novanta, ma nessuna amministrazione ha saputo risolvere il problema. Un settore da 30mila strutture e 400 ditte che si dividono un mercato di centinaia di milioni di euro. La proposta di delibera dei cittadini dimenticata nei cassetti del Campidoglio. La ricetta del comitato Basta Cartelloni
Una battaglia che va avanti da anni. Ma delibere e regolamenti non sono riusciti a mettere ordine nella giungla dei cartelloni che popolano, anzi devastano le strade della Capitale. Oltre 300mila metri quadri destinati a impianti pubblicitari, più di 30mila strutture per l’affissione di manifesti – senza contare quelle abusive – e 400 ditte che si dividono la torta del mercato: sono questi i numeri di un’abitudine che gli altri Paesi europei non conoscono. A Parigi e Madrid, giusto per fare un esempio, sono rispettivamente 4 e 3 le ditte che operano nel settore della pubblicità e delle affissioni. Abitudine tutta italiana, in questo caso romana, che porta sistematicamente a violare le regole del Codice della strada e di quello dei Beni culturali, come più volte denunciato dai cittadini e da due comitati, Basta Cartelloni e Cartellopoli.
Nasce così l’idea di promuovere una delibera di iniziativa popolare che modifichi quella consiliare approvata nel marzo di due anni fa. Obiettivo? Abrogare tutte le deroghe della delibera 37 del 2009, che permette l’affissione dei cartelloni che non rispettano le norme in materia. Ma la proposta dei cittadini giace, da diversi mesi, in un cassetto.
Dagli anni Novanta, più volte le varie amministrazioni che si sono succedute provano a risolvere il problema dell’affissione selvaggia, ma con scarsi risultati. La procedura utilizzata nel 1997 è quella dell’autocertificazione: le ditte dichiarano quanti sono gli impianti e questo permette di ottenere il rinnovo del contratto. Unica condizione: saldare ogni pendenza debitoria da parte dei privati. Sette anni dopo il Comune tenta per l’ennesima volta di avviare una procedura di riordino. Ancora una volta, per ottenere il lasciapassare all’affissione, l’amministrazione guidata da Walter Veltroni chiede il pagamento delle imposte e dei canoni contestati. Ma solo in parte. Così la pratica dell’autodenuncia va avanti e più che risolvere il problema sembra cronicizzarlo. Nuove strutture sorgono ovunque: sulle strade, senza rispettare le distanze di sicurezza da incroci e marciapiedi, e davanti alle opere d’arte della città. L’Arco di Costantino è una delle vittime di questa abitudine, insieme alla Piramide Cestia e alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Percorrendo via Veneto, colpiscono i quattro orologi posti a poca distanza l’uno dall’altro. Con un po’ di attenzione si capisce il perché: ognuno di questi ha il cartellone pubblicitario incorporato.
Una situazione insostenibile. Ma il Comune non sa o non vuole risolvere il problema e concede, per l’ennesima volta, il permesso ad impianti che presentano violazioni del Codice della strada e dei Beni culturali.
La giunta guidata dal sindaco Gianni Alemanno punta al recupero delle morosità del Canone di iniziativa pubblicitaria (Cip), attraverso il meccanismo dell’autodenuncia. Ma soprattutto, attraverso le delibera 37 del 2009, consente l’installazione di nuovi impianti fino all’adozione del Piano regolatore impianti pubblicitari. Conseguenza inevitabile: la crescita esponenziale di impianti abusivi – secondo le stime dei comitati sono circa 40mila – per cui l’amministrazione non prevede né la rimozione né l’oscuramento. Senza dimenticare che il Cip, che permette l’iscrizione ad una banca dati non accessibile per i cittadini, è un codice di tipo fiscale non legale, quindi non permette di riconoscere se un impianto è abusivo. Per curare questo “cancro trasversale”, come lo definiscono gli esponenti dei comitati, c’è bisogno di un medico che abbia prima di tutto la volontà di farlo. Secondo il coordinamento Basta Cartelloni bisogna partire dalla verifica di tutti gli impianti, rimuovendo quelli illegali, assegnando delle targhette che certifichino la loro idoneità. Senza dimenticare l’adozione del Prip che non solo stabilisca il tetto massimo dell’esposizione pubblicitaria, ma che non conceda il rinnovo della concessione a quelle aziende che violano le norme in materia.


