QUARANTA METRI
Bruno Montaldi era un operaio di 48 anni, lavorava alla costruzione della linea B1 della metropolitana di Roma. Nel maggio del 2011 Il suo corpo fu ritrovato in un pozzo, a quaranta metri di profondità. Lì per lì venne fuori la proposta di intitolargli la stazione di piazza Annibaliano o più cautamente di esporre una targa a sua nome, una volta ultimati i lavori. E invece niente, poco più d’un anno dopo, alla cerimonia d’inaugurazione. I trabiccoli vanno e vengono in ritardo senza soffiare vento sul suo nome. Cattiva coscienza o cattiva memoria, la divisa arancione non è la tenuta giusta dell’eroe. E forse è giusto così, che abbiano evitato di ricordarlo, viste le condizioni in cui si lavora nei cantieri romani. È stato un atto di continenza, di pudicizia. Ecco cosa. O polvere sotto il tappeto? Quaranta metri sotto.
Proprio ieri sera, nei pressi di piazza Camerino, alle undici una scavatrice ringhiava ancora tra le palizzate per i lavori della metro C. Ringhiava un tale in canottiera al quarto piano. “Basta, sono sei anni! Non ne possiamo più! Ferma la macchina! Ferma! Se non la fermi ti tiro un sasso in bocca”. Ringhiava l’operaio al lavoro: “Ecco! Ecco! La spengo”. Faceva caldo, c’era polvere. E cosa dietro quelle palizzate? Silos bianchi, bracci di gru, la terra sotto l’asfalto, quaranta metri sotto.
Mi sono ricordato di un fatto dell’estate 2005 che mi colpì molto. Un giovane siciliano (Francesco Blanco, 23 anni) morì mentre lavorava nei cantieri della terza corsia del raccordo anulare Roma. Era stato assunto da appena qualche giorno. Così scrissero i giornali. Appena qualche giorno prima era toccato a un altro operaio di 65 anni, che al contrario era agli ultimi giorni di lavoro prima della pensione. Purtroppo non mi ricordo il suo nome. Anche allora venne fuori la proposta di intitolare al giovane Francesco Blanco il cavalcavia a cui lavorava. Macché, passate un paio di cronache e il funerale, meglio lasciar perdere e non rimestare brutti ricordi. Su google, al suo nome, vengono fuori un paio di risultati pertinenti, gli articoli d’allora. È di nuovo estate e fa molto caldo. Le macchine ronfano, disturbano con eguale efficacia il sonno e la veglia, per altre opere.
Se prendi il raccordo tiri dritto, traffico permettendo. Altro che il cavalcavia “Francesco Blanco”. Altro che eroi; beato il popolo che non ne ha bisogno, che non nasconde la verità quaranta metri sotto terra.
LA TERZA CORSIA
(Tratto da “Tutti giù all’inferno”, a cura di Monica Mazzitelli, Giulio Perrone editore, 2008)
In memoria di Francesco Blanco
Adesso l’aria è tiepida, non sono ancora le sette, l’aria è opaca, il sole batte obliquo sui muri gialli impalliditi, sulla piramide del centro commerciale, l’aria è salata, sudore accumulato, sonni difficili. Il neon dietro la M bianca e rossa è ancora acceso: Subaugusta. Non ce la faccio a scendere, tornare indietro, riprendere la metro solo per due fermate, fino al capolinea. Mi vengono a prendere col furgone tra venti minuti, vicino alla fermata della navetta Ikea, Anagnina, come tutte le mattine. E io lì ero arrivato, come al solito, ci ero arrivato tre quarti d’ora fa, già tutto preparato, con i pantaloni arancioni e la maglietta arancione, lo zainetto col pranzo, tutto come sempre, ma oggi stare fermo mi sembrava una condanna e così ho cominciato a camminare sulla via Tuscolana, lungo i piloni del cavalcavia mezzo deserto, su marciapiedi stretti, aprendo i polmoni per respirare l’odore di erba fresca dei ritagli di campagna, fingendo di stare chissà dove, un bosco, un prato lontano. Invece c’erano i tubi di scappamento e un peso grigio che piano piano all’orizzonte strangolava il cielo; quella campagna era occupata e marcia.
Camminare mi fa bene, mi affatica perché fumo troppo, ma il respiro affannato che sento assomiglia al pianto che non piango e mi consola. Poi sono arrivato di fronte ai muri di cinta di Cinecittà, muri alti che proteggono sogni, gloria, tutt’un’altra vita, attrici, viaggi, il cinema mi piace, affitto quasi tutte le sere i dvd. Anche a Francesco gli piaceva il cinema, a lui più i film d’azione, quelli che mentre gli attori corrono gli scoppia dietro una macchina e loro fanno un salto di trenta metri e si rialzano come niente fosse e ci si fanno pure una risata. Insomma mi sono fermato lì a immaginare di fare un’altra vita, nei set del cinema, magari pure Francesco poteva fare un’altra vita, era un ragazzo, poteva fare ancora un’altra vita, ma un’altra vita a Francesco non gliela ridà più nessuno. E allora mi sono voltato a guardare la strada che avevo appena percorso a piedi, il ponte che dal raccordo sale sopra al capolinea e scende verso la città. Francesco è morto per costruire un aggeggio come questo, migliaia di macchine su e giù, avanti e indietro, è morto per il crollo di un’impalcatura Francesco, ventun’ anni, è morto in un minuto, prima era lì che rideva. Ecco che differenza c’è tra noi e gli attori, sì, è una differenza che ha a che fare con la morte e le risate. Per noi prima si ride e poi si crepa, per loro succede il contrario. Ho provato a sbirciare oltre le mura, niente. Solo tubi innocenti e facciate di cartone, facciate di case del west. Non ce l’ho fatta a scendere, a tornare indietro. Ho ripreso a camminare sulla Tuscolana in direzione opposta all’appuntamento di tutte le mattine. Sono andato verso i palazzi pieni di gente, pieni di vita.
Lavoro da sei mesi per costruire la terza corsia del grande raccordo anulare di Roma. Lavoro per una ditta che ha il subappalto da una ditta che a sua volta ha avuto i lavori in appalto da un’altra ditta e non lo so se c’e n’è un’altra sopra. Pochi che siamo per ogni ditta le regole per lavorare sicuri non sono le stesse che se fossimo tutto un cantiere, no, per niente, così ogni tanto muore qualcuno, tanti, una decina l’anno. Pochi che siamo ci stanno col fiato sul collo, non ci possiamo organizzare, fanno sempre in tempo a cacciarci via. Francesco era appena arrivato, da pochi giorni. A lui il caldo non gli faceva tanto effetto, infatti era siciliano, c’era abituato. Eppure già verso le dieci le forme incominciavano a tremare, io ogni tanto penso che da un momento all’altro si squaglia tutto come in un alluvione e intorno intorno il raccordo se la mangia la città. Se non ci stai attento gli attrezzi scottano, ci leviamo la maglietta, noi non ci scottiamo, non ci scottiamo più.
Adesso mica mi va di scendere e prendere la metro, tornare indietro, farmi trovare al solito posto alla solita ora, fare finta che non sia cambiato niente, pensare che tutto deve andare avanti come prima, non dire a nessuno che non ce la faccio più, che cammino come un matto per la Tuscolana sognando il cinema e i prati verdi. Francesco è morto e non è come prima e io lo so che non pagherà nessuno anche se le colpe ci sono, ci sono eccome, e io non mi do pace. Non si fa così.
La colpa è loro, che vengono controllano dispongono risparmiano risparmiano risparmiano. Morto Francesco arriva un altro Francesco, è stata una disgrazia.
C’era una bottiglia d’acqua, all’ombra, una bottiglia di plastica verde, appannata, con le bollicine che salivano dal fondo verso su. Un miraggio. Francesco che mi passi l’acqua? E lì vicino è morto. E io mi sento in colpa. Se non gliel’avessi chiesto magari si salvava. Rimaneva un metro più in là, si feriva, ma non moriva Francesco, non moriva. E io per questa colpa che non ho e che provo vi maledico. Per questa colpa che non esiste e mi acchiappa al collo e non mi fa dormire, mentre voi riposate, consolandovi con le fatalità.
Prima o poi la faremo la terza corsia, finiremo, e non basterà, ci vorrà la quarta la quinta corsia e noi continueremo a morire come mosche. Lavoro da sei mesi per costruire che cosa? La terza corsia. A me quando mi tocca? Quand’è che ci rimango io sotto un muletto, sotto un crollo, infilzato a un tondino di ferro, quando mi tocca? Un mese fa uno è morto l’ultimo giorno di lavoro, se ne stava andando in pensione. È morto quel giorno e non gliene frega un cazzo a nessuno. Dice che sono disgrazie. Non è vero, non sono disgrazie.
Io scendo, basta. Pure stavolta ho finito di camminare. Ho l’affanno e non so dove vado. Da qui la città è fitta, non voglio entrarci. Aprono i negozi come se niente fosse, la gente si prende il caffè al bar, accompagna i bambini a scuola. Non voglio nemmeno tornare indietro, ma è quello che faccio. Prendo la metro. Passano tre vagoni, completamente vuoti. Nessuno va verso fuori la mattina presto. Salgo solo io. Due fermate in direzione Anagnina. I miei compagni mi aspettano al solito posto, vicino alla fermata della navetta Ikea. Il linoleum è umido, i finestrini puliti, il sedile grigio è addirittura freddo. Vorrei percorrere cento fermate e non una sola. Invece arrivo mi addoloro e salgo, mi affatico, mi affanno per le sigarette e per il pianto che non riesco a piangere, pensando alla maniera di farvela pagare. In questa solitudine mi consola solo la vista, nel grigio sgombro piazzale, di altre magliette, di altri pantaloni, arancioni come i miei.
***
FRANCESCO BLANCO
Francesco Blanco venti anni
morto per il crollo
di un’impalcatura
al primo giorno di lavoro
il primo giorno a Roma
in località Labaro
è morto Francesco Blanco
lontano da casa sua
Cinque minuti di pausa
respirare giugno
il cielo di vernice
il rumore respirare
cinque minuti almeno
il 12 giugno 2005
più caldo che in Sicilia
Chiama il 118 chiama
l’ambulanza chiama
salvatelo che è un ragazzo
fatelo respirare
non c’è niente da fare
Francesco Blanco muore
Poi lo sai che fanno di
Francesco Blanco
lo sotterrano in una lista
dall’inizio dell’anno
è il numero otto
E i suoi compagni
piangono lo portano
in spalla e piangono
Intitoliamogli il ponte
dicono chiamiamolo
Francesco Blanco
il cavalcavia
Le autorità
rassicurano
indaga la polizia
(2005)

